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Mancata svalutazione dei crediti e bancarotta impropria da falso in bilancio.

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In caso di fallimento della società la mancata svalutazione dei crediti inesigibili, senza adeguata informazione e giustificazione, integra il reato di bancarotta impropria da falso in bilancio.

Sul punto così si è espressa la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la sentenza n. 29885 del 15 giugno 2017.

Il reato di cui all’articolo 223, comma 2, numero 1, della legge fallimentare (Rd 16 marzo 1942 n. 267)  punisce la condotta degli amministratori, dei direttori generali, dei sindaci e dei liquidatori di società dichiarate fallite che hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del codice civile.

Viene sanzionata la condotta sia di chi il dissesto - da intendersi come lo squilibrio economico che conduce la società al fallimento - l’abbia interamente cagionato, sia di chi ne abbia causato una parte (l’abbia aggravato), posto che il dissesto, nei suoi termini economici, non costituisce un dato di fatto immodificabile e può pertanto essere reso ancora più grave.

Il reato è correttamente ravvisato nella condotta di chi abbia lasciato permanere nel bilancio della società poi fallita un credito ormai inesigibile, senza operare la dovuta svalutazione almeno del 90%, come impostogli da criteri tecnici generalmente accettati, dai quali ci si può discostare solo fornendo adeguata informazione e giustificazione (sezioni Unite, 31 marzo 2016, Passarelli), avendo consentito, con tale comportamento, alla società di proseguire l’attività, senza prendere atto, invece, che il patrimonio netto era divenuto negativo e che quindi era necessario o provvedere alla sua ricapitalizzazione o alla sua liquidazione (o alla richiesta di fallimento).

In allegato la sentenza n. 29885/2017 della Corte di Cassazione, quinta sezione penale.